Prendo spunto dalla lettera del sig. Manno non tanto per ribattere la velenosità dei giudizi sulla supremazia morale della sinistra che lascio al giudizio dei lettori quanto per argomentare sul termine “cattocomunista” più volte utilizzato con tono dispregiativo come d'altra parte era accaduto, scimmiottando i proclami dei vertici del centro-destra, nel corso della recente campagna elettorale.
Io, per sentimento e per iscrizione anagrafica, sono cattolico. Cerco, pur con tanti limiti, di essere praticante non solo nelle dichiarazioni ma nella vita quotidiana. Non ho mai aderito al Partito Comunista, neppure come esterno, perché non ne condividevo alcuni principi base quali l'opzione rivoluzionaria e la lotta di classe. Per quel poco che ho approfondito ho invece apprezzato l'analisi marxista del capostipite e di molti dei suoi seguaci e riconosciuto la coerenza ed il rigore di tanti “compagni” incontrati, in particolare tra i militanti albesi.
Partendo da questi presupposti penso di aver le caratteristiche per definirmi “cattocomunista”, cioè un cattolico che nel momento in cui il comunista era considerato il diavolo non ha avuto paura di incontrarlo, di confrontarsi e di cercare con lui le soluzioni per offrire ad ogni persona condizioni di vita migliori.
E' stato un cammino importante quello che ha visto la cultura cattolica e quella comunista contagiarsi reciprocamente e penso che la storia mi darà ragione quando sostengo che entrambe ne sono state toccate positivamente.. Gli avvenimenti degli anni 60 e 70 testimoniano come il comunismo sia divenuto fermo sostenitore della democrazia parlamentare e difensore della Costituzione Repubblicana.
Le prese di posizione dei comunisti negli anni tragici del terrorismo attestano la volontà di operare per una democrazia aperta e condivisa, senza scorciatoie violente e rivoluzionarie.
Mi piace pensare che il cammino del comunismo verso un modello di democrazia di tipo occidentale sia stato facilitato dal contagio con quel mondo cattolico che per primo lo ha riconosciuto come forza politica dai contenuti forti.
Sono convinto, d'altra parte, che il più autorevole dei cattocomunisti sia stato Giovanni Paolo II, il Papa che non ha avuto paura di incontrare una cultura atea, rispettandola e denunciandone i limiti che peraltro erano ben presenti in chi governava il comunismo reale al punto, ricorrono i venti anni, di porre fine al regime in modo, tutto sommato, pacifico.
Chi l'avrebbe detto?
Se tutto ciò è avvenuto lo si deve al fatto che negli anni precedenti tante culture e tra queste quella dei cattocomunisti si erano confrontate con il comunismo evidenziandone i limiti e facilitandone l'implosione.
Per sottolineare in modo più marcato l'apporto dei cattolici mi sono soffermato principalmente sugli aspetti positivi che la mia parte ha avuto nello scambio, ma quando la reciprocità è vera accade che sia più ciò che si riceve di quel che si dà e mi sento di affermare che così è stato.
Questi i motivi che sostenuti dalla libertà e dalla gratuità che hanno caratterizzato il confronto mi spingono, con orgoglio, a rivendicare lo status di “cattocomunista”
Franco Foglino